06/02/2009

La poetica del Pascoli

Per la classe II i

Questi sono gli appunti integrativi per la ricerca su Pascoli:

La poetica del Pascoli

La poesia è per Pascoli la voce del poeta-fanciullo che riscopre la realtà delle cose, anche delle più piccole; è uno sguardo vergine e primigenio che si posa sul mondo e ne evidenzia gli aspetti più nascosti. Secondo Pascoli, dunque, può dirsi poeta colui che è riuscito ad esprimere quello che tutti stavano pensando ma che nessuno riusciva a dire.
La poesia però deve avere anche un compito sociale e civile: deve migliorare l'uomo, renderlo buono, renderlo etico. Questa concezione riflette pienamente il suo socialismo umanitario, utopistico, interclassista, patriottico.
Il discorso La grande proletaria si è mossa (con cui Pascoli si dichiarava favorevole all'entrata in guerra dell'Italia)è stato il manifesto di questa sorta di "socialismo nazionale", vicino per alcuni aspetti ad un nazionalismo populista, che considera la guerra come un momento di superamento dei conflitti sociali e delle differenze di classe.
Si tratta, in realtà, di una prospettiva indubbiamente falsata, basata su posizioni che in seguito lo stesso Pascoli provvederà a rivedere:

- lo spostamento della lotta di classe all'esterno delle nazioni: non più tra parti sociali di una stessa nazione, ma tra nazioni ricche e nazioni proletarie.

- il continuo scivolare delle argomentazioni politiche e sociali dal piano della ragione a quello del sentimento (illusione di una possibile fratellanza e di un'istintiva bontà che porterebbe gli uomini di una stessa nazione ad abbattere le differenze e ad unirsi nella lotta contro il nemico comune).

Si intrecciano nella sua poetica due spinte fondamentali:

- una verso l'esterno, verso l'intervento attivo nella società per produrre nei cambiamenti nelle cose e negli uomini.

- una verso l'interno, intimista, abbinata al gusto contadino per le cose semplici e all'attenzione a volte ossessiva alle complicazioni tortuose del suo animo decadente.
Uno scambio continuo, insomma, tra grande e piccolo, in un rovesciamento di prospettiva e di valori.

Il fanciullino

Esiste dentro di noi un fanciullino che nell'infanzia si confonde con noi, ma, anche con il sopraggiungere della maturità, non cresce e continua a far sentire la sua voce ingenua e primigenia, suggerendoci quelle emozioni e sensazioni che solo un fanciullo può avere.
Spesso, però, questa parte che non è cresciuta non viene più ascoltata dall'adulto. Il poeta invece è colui che è capace di ascoltare e dare voce al fanciullino che è in lui e di provare di fronte alla natura le stesse sensazioni di stupore e di meraviglia proprie del bambino o dello stato primigenio dell'umanità.

Il fanciullino prova sensazioni che sfuggono alla ragione, ci spinge alle lacrime o al riso in momenti tragici o felici, ci salva con la sua ingenuità, è sogno, visione, astrazione. È come Adamo che dà per la prima volta il nome alle cose e scopre tra esse relazioni e somiglianze ingegnose, che nulla hanno a che vedere con la logica della razionalità. Il nuovo si scopre, non si inventa, la poesia è nelle cose, anche nelle più piccole.
La poesia ha un compito civile e sociale: il poeta in quanto tale esprime il fanciullino ed ispira i buoni e civili costumi e l'amor patrio, senza fare comizi, senza dedicarsi alla politica nel senso classico, ma solo grazie al suo sguardo puro ed incantato.

Pascoli stesso ha esposto la sua poetica in un discorso famoso, che è anche un brano delle prose: Il Fanciullino. In esso asserisce che in noi vi è un fanciullino che non solo ha brividi, ma lagrime e tripudi suoi, che ci insegna a guardare le cose dentro e fuori di noi e a nominarle con occhi e parole di poeta. Poesia è irrazionale facoltà lirica, immediatezza e genuinità di sensazioni, sincerità e vivacità di immaginazione e fantasia. La poetica della visione si sposa alla poetica dl particolare perchè richiede precisione, fedeltà ed esattezza lessicale nei confronti delle cose: se la poesia è nelle cose, ad esempio nel canto degli uccelli, il poeta non potrà parlare genericamente di uccelli, ma singolarmente di pettirossi, di capinere ecc. individuando il verso particolare e riproducendolo fedelmente con voci onomatopeiche.
E proprio perchè il fanciullino coglie d'istinto la poesia che è nelle cose illuminandole con la parola che a tutti le rivela.

Il suo decadentismo e la sua modernità consistono nel principio centrale della sua poetica, che è irrigidimento schematico della sua sensibilità: ingrandire il piccolo, rimpicciolire il grande.
Il discorso è però tutto tramato su una polemica insistente contro il socialismo e la poesia socialista. La poesia per Pascoli è utile, civile, giova alla moralità, alla civiltà, alla patria. La poesia è la voce del fanciullino che è in noi e che sa vedere nelle cose il nuovo, non inventandolo ma scoprendolo.
L’idea del fanciullino, non fa altro che sottolineare il rifiuto della razionalità e l'appello a forze profonde, tipico della poesia decadente. L'opera del Pascoli nasce dal confluire di tutti i fatti accadutigli, le sue liriche sono state da lui stesso pubblicate e sono frutto di un lavorio lungo di correzioni e rifacimenti. Nella sua poesia tornano con insistenza la siepe che è si metafora politica ma anche aspirazione a chiudersi in un mondo di piccole cose; oppure il nido che è la famiglia, la casa, un rifugio intimo e caldo. La particolarità stilistica che in fine caratterizza le opere del Pascoli indubbiamente la disarticolazione dell'architettura strutturale che aveva sostenuto tradizionalmente la lirica italiana e, concludendo, Pascoli fu un poeta tutto istinto e immediatezza, ma gli mancò la maturità razionale di una vigile e consapevole coscienza critica proprio perchè uomo di sentimento e non di ragione.

Tra le sue altre opere ricordiamo Myricae che contiene alcuni dei primi testi del Pascoli, rivela una poesia nuova al suo stato più semplice, libera da incrostazioni ideologiche. Il titolo è spiegato da un'epigrafe che adatta un verso di Virgilio "piacciono gli arboscelli e le umili tamerici" (arbusta iuvant humilesque myricae), tamerici che altro non sono che un piccolo arbusto sempreverde e simboleggiano una forma di poesia semplice.
Questa poesia è da collocarsi all'interno della tradizione classica, ed in essa sono evidenti figure e fatti quotidiani, di vita ingenua, dietro le quali si scorge la tragedia che aveva caratterizzato la sua fanciullezza e tutto è pervaso come da una dolorosa inquietudine.

L'opera è realizzata all'insegna dell'autobiografismo e si apre con un accenno alla famiglia distrutta e stende un velo di malinconia sulle memorie dell'infanzia.Quello che più colpisce è il linguaggio che si adatta in modo diretto alle piccole cose, ai momenti più semplici della vita familiare e campestre, grazie non solo all'utilizzo dei vocaboli ma più ampliamente di un linguaggio definito "fono-simbolico".
All'interno dell'opera il poeta è intento a seguire le vibrazioni di essenze oscure e segrete, tanto più oscure quanto più semplice è il modo nel quale vengono osservate.
La poesia sembra un modo per ritrovare il mondo dell'infanzia: ma proprio le immagini dell'infanzia richiamano la morte e ovunque il poeta sembra interrogare qualcosa che non può esistere e nella quale egli, in realtà, non crede. E delle tamerici non possiamo non ricordare i due brani Lavandaie nel quale dà l'impressione di una malinconia che sbocci a in vista di uno spettacolo naturale, pur senza riuscire a distaccare l'anima da esso.

Non è la voce del poeta a confidarci questa malinconia, ma sembra che essa provenga dalle voci sperdute del paese dove il canto delle donne ai lavatoi si mescola alla malinconia della campagna; ed Arano dove il poeta guarda e trascrive le notazioni del paesaggio che via, via si arricchisce di particolari visivi, dove il clima autunnale fa da sfondo ai contadini e dove sembra che il poeta osservi senza commentare.

Un'altra opera di rilievo del Pascoli è rappresentata dai Canti di Castelvecchio, qui ritorna alla materia poetica, in un discorso ampio e profondo. La materia autobiografica sull'onda del ricordo, si allarga a meditazione sul mistero che circonda uomini e cose.

Ritornano ricordi dolorosi mai cancellati e si sollevano a simboli grondanti di interrogativi. La raccolta si conclude con alcuni canti dedicati alla morte del padre e lo sguardo si allarga al movimento dell'universo, ravvisandone la pace apparente abitata dalla distruzione e dalla morte. La morte ritorna in tutti i ricordi ed è lo stesso poeta a riconoscersi come appartenente al mondo dei morti e vede il proprio sguardo e la propria voce svanire ed estinguersi; il poeta giunge ad una tomba che si confonde con la culla e si dissolve in un sogno di nulla.

I passi più importanti dell'opera sono contenuti nei versi de La mia sera dove ogni strofa è come una variazione musicale le cui note formano uno stato d'animo di assopimento e di dolore, quasi un'attesa della morte; e tutte si riassumono nel suono finale delle campane che diventa il ricordo di un canto di culla, allietato dalla carezza materna.

Ora copiate questa poesia Il Libro seguendo bene lo schema delle strofe e dei versi e poi la faremo in classe:

"Il libro "

I

Sopra il leggìo di quercia è nell'altana,
aperto, il libro. Quella quercia ancora,
esercitata dalla tramontana,

viveva nella sua selva sonora;
e quel libro era antico. Eccolo: aperto,
sembra che ascolti il tarlo che lavora.

E sembra ch'uno (donde mai? non, certo,
dal tremulo uscio, cui tentenna il vento
delle montagne e il vento del deserto,

sorti d'un tratto...) sia venuto, e lento
sfogli - se n'ode il crepitar leggiero -
le carte. E l'uomo non vedo io: lo sento,

invisibile, là, come il pensiero...

II

Un uomo è là, che sfoglia dalla prima
carta all'estrema, rapido, e pian piano
va, dall'estrema, a ritrovar la prima.

E poi nell'ira del cercar suo vano
volta i fragili fogli a venti, a trenta,
a cento, con l'impazïente mano.

E poi li volge a uno a uno, lenta-
mente, esitando; ma via via più forte,
più presto, i fogli contro i fogli avventa.

Sosta... Trovò? Non gemono le porte
più, tutto oscilla in un silenzio austero.
Legge?... Un istante; e volta le contorte

pagine, e torna ad inseguire il vero.

III

E sfoglia ancora; al vespro, che da nere
nubi rosseggia; tra un errar di tuoni,
tra un alïare come di chimere.

E sfoglia ancora, mentre i padiglioni
tumidi al vento l'ombra tende, e viene
con le deserte costellazïoni

la sacra notte. Ancora e sempre: bene
io n'odo il crepito arido tra canti
lunghi nel cielo come di sirene.

Sempre. Io lo sento, tra le voci erranti,
invisibile, là, come il pensiero,
che sfoglia, avanti indietro, indietro avanti,

sotto le stelle, il libro del mistero.

 

Commenti

grazie mi è stato molto utile

Scritto da: i08 | 22/04/2011

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